Il match-duello di boxe tra Rodolfo Valentino e Frank O'Neil
Rodolfo Valentino non è stato solo un sex symbol ed icona di stile: si è anche allenato con il campione Jack Dempsey ed ha combattuto un match - duello contro il giornalista Frank O'Neil, per vendicare un'offesa subita.
Il match-duello di boxe tra Rodolfo Valentino e Frank O'Neil
Forse non tutti sanno che Rodolfo Valentino è stato un appassionato praticante di pugilato ed ha anche combattuto un match - duello con un giornalista, Frank O'Neil, preparato sotto la guida del campione dei pesi massimi Jack Dempsey, il "Massacratore di Manassa", per vendicare un'offesa subita.
Valentino, il cui vero nome era Rodolfo Pietro Filiberto Raffaello Guglielmi (in seguito con l'aggiunta di Valentina D'Antonguella), nacque a Castellaneta, in Puglia, nel 1985 e dopo una breve carriera in Europa si imbarcò per l'America, dove ebbe successo come ballerino e attore nel cinema muto, diventando una icona di stile e diventando il più grande sex symbol dell'epoca. Valentino da quel momento ha incarnato nell'immagine collettiva il concetto di "Latin Lover" consegnando il suo nome alla storia.

Valentino, cultore della forma fisica, era interessato anche ad altre discipline da combattimento: numerose fotografie lo ritraggono in veste di schermidore e di lottatore, attività che reputava complementari al suo allenamento come ballerino.

Nel luglio del 1926, il Chicago Tribune riportò che in un lussuoso hotel era apparsa una macchinetta per la vendita di polvere di talco (cipria) nel bagno degli uomini. Un editoriale anonimo che ne seguì, presumibilmente scritto dal giornalista John Herrick, usò la notizia per protestare contro l'effeminazione degli uomini americani, contestando l'utilizzo della cipria per i maschi durante i film ed attaccando personalmente Valentino, accusandolo di omosessualità.
“Homo Americanus!” riportava l'articolo: "Perché qualcuno non ha annegato Rudolph Guglielmi, alias Valentino, anni fa?".
Il pezzo fece infuriare Valentino, che sfidò il giornalista a duello tramite un articolo sul Chicago Herald Examiner, accusandolo di tentare di rovinare la sua immagine e facendogli scegliere tra un match di boxe o di lotta, dato che i duelli con pistole o spade erano stati dichiarati illegali, per provare così la sua mascolinità.
"Spero di avere l'opportunità di dimostrarti che il polso di uno schiavo può sferrare un vero pugno alla tua mascella cadente", scrisse Valentino nella sua sfida pubblica, che tuttavia cadde nel vuoto senza risposta.
Poco dopo, Valentino incontrò il giornalista H.L. Mencken per chiedere consiglio su come gestire meglio l'incidente. Mencken consigliò a Valentino di "lasciar correre questa terribile farsa fino allo sfinimento", ma Valentino insistette, sostenendo che l'editoriale fosse "infame" e continuò a cercare una soluzione per "vendicare l'onta subita".
Dopo che Valentino sfidò l'anonimo autore del Tribune, Frank "Buck" O'Neil, giornalista del New York Evening Journal che si occupava di pugilato si offrì di combattere al posto dell'anonimo collega di fronte ad un gruppo di reporter.
Valentino accettò la sfida e i due si incontrarono sul tetto dell'Ambassador Hotel di New York City, con Jack Dempsey come arbitro.

Stando alle cronache dell'epoca O'Neil riuscì a tirare solo un colpo prima che Valentino lo mettesse al tappeto. Da bravo gentleman, Valentino lo aiutò subito a rialzarsi e si scusò per il colpo da KO, tra gli applausi dei presenti. Valentino fu dichiarato vincitore del match. "Quel ragazzo ha un pugno come il calcio di un mulo!" dichiarerà poi O'Neil.
Dempsey, che allenava Valentino e altre celebrità di Hollywood nella boxe, disse di lui: "Era il più virile e mascolino di tutti gli uomini. Le donne gli ronzavano intorno come mosche attorno al miele. Non riusciva mai a scrollarsele di dosso, ovunque andasse. Che ragazzo fortunato e affascinante".
Quando Mencken incontrò Valentino lo trovò simpatico e gli sembrò un vero gentiluomo, tanto da scrivere di lui sul The Baltimore Sun una settimana dopo la sua morte:
"Non era quell'episodio futile a Chicago che lo tormentava; era l'intera e grottesca futilità della sua vita. Non aveva forse raggiunto, dal nulla, un enorme e vertiginoso successo? Sì, ma quel successo era tanto vuoto quanto vasto - un nulla colossale e disparato. Veniva osannato da urlanti moltitudini? Ogni volta che la folla lo acclamava si vergognava di sé stesso… La cosa, all'inizio, lo aveva solo confuso: ma in quegli ultimi giorni, a meno che io non sia un psicologo peggiore anche dei professori di psicologia, lo stava distruggendo dal di dentro. Peggio, gli stava facendo paura… Da una parte era un giovane uomo che viveva quotidianamente il sogno di milioni di altri uomini. Era per le donne come l'erba gatta per i felini. Aveva ricchezza e fama. Ma era estremamente infelice".
Nonostante il grande successo negli Stati Uniti Valentino non farà mai richiesta di naturalizzazione e conserverà la nazionalità italiana fino alla morte, nel 1926, per una peritonite, poche settimane dopo il suo unico, vittorioso match di pugilato.