Jake Paul batte Mike Tyson ai punti: risveglio amaro dal sogno dell'eterno campione
Jake Paul ha battuto Mike Tyson ai punti in un match controverso, infrangendo così i sogni di chi vedeva in Iron Mike l'eterno campione, immune dalla tirannia del tempo.
Jake Paul batte Mike Tyson ai punti: risveglio amaro dal sogno dell'eterno campione
Brutto risveglio per chi sognava di vedere Mike Tyson strapazzare il giovane rampante Jake Paul. Paul ha vinto ai punti ed il sogno di vedere "Iron Mike" picchiare lo youtuber sbruffone è svanito di fronte alla realtà dei fatti: il tempo è tiranno e non risparmia nessuno. Ma non è questa la lezione che dobbiamo trarre da questo match.
Il dopoguerra, con una accelerazione speciale nel primo quarto di secolo del nuovo millennio, ci ha insegnato una cosa: quando lo sport diventa funzionale al business, muore. Finché lo sport rimane supportato dal business le cose funzionano: ma quando i ruoli si invertono si assiste ad un decadimento tale da essere quasi un insulto per i fan e per chi sputa sangue in palestra.
L'abbiamo visto con le sceneggiate di Mayweather, con McGregor, con Holyfield e con tanti altri: il sistema costruisce un carrozzone attorno all'immagine del campione che persiste nella memoria collettiva e lo sfrutta finché non è totalmente consumato, per poi sputarlo fuori come l'osso di un frutto.
Non tutte le ciambelle riescono col buco, ovviamente, come dimostra la figura barbina di Netflix durante il match tra Jake Paul e Mike Tyson: i server non hanno retto l'impatto dei milioni di utenti che volevano vedere (a prezzo dell'abbonamento) il ritorno di Iron Mike sul ring, sicuri di vederlo "picchiare lo youtuber sbruffone". Purtroppo lo streaming si è interrotto in quasi tutto il mondo ed i fan che erano in attesa da 4 ore (nel caso dell'Italia, svegli dalle 2 di notte fino al match iniziato dopo le 6 di mattina) si sono trovati a fissare la schermata di caricamento quando non direttamente buttati fuori dalla live.

Sono così fioccate le live illegali, che i vari social hanno tentato maldestramente di bloccare onde evitare contenziosi legali: ma è stato comunque possibile vedere in diretta quello scempio messo in atto sul ring da un ex campione ormai alla frutta ed uno che campione probabilmente non lo sarà mai.
Se prima del match il mondo si divideva tra chi era assolutamente convinto che Iron Mike avrebbe "dato una lezione a Jake Paul" e chi sollevava dubbi sulla differenza d'età, dal suono della campana in poi si è sollevato il velo su quella che era l'ovvia, impietosa realtà: "quel" Mike Tyson non esiste più, se non nei ricordi dei fan. E Jake Paul, pur essendo un pugile mediocre avrebbe potuto spingere ben di più, facendo fare a Mike una figuraccia ancora peggiore davanti a tutti i suoi supporter.
Sia chiaro: Paul non durerebbe un minuto con un pugile professionista del suo peso. Il nostro Vianello si è proposto come prossimo avversario di Paul, ma se lo youtuber non è già completamente rimbambito dai colpi presi si guarderà bene dal raccogliere il guanto di sfida. Anche un pugile di due classi inferiori lo suonerebbe come un tamburo: un Vianello lo farebbe risvegliare all'ospedale.
Ironicamente, era quella la previsione dei Mike-fanboys: "Mike lo manda all'ospedale", "Jake ritirati finché sei in tempo", "Mike è troppo esperto per lui" e via dicendo. Invece le cose sono andate diversamente, com'era nella logica conseguenza dei fatti.
Il problema è che Mike non è più "quel" Mike: era ovvio, ma in tanti (specialmente se ultraquarantenni) non vogliono credere che il tempo passi. Bloccati con il loro pensiero alle chiacchiere da bar e con la mente ai bei ricordi d'infanzia quando guardavano i loro beniamini davanti alla TV con il nonno, affondano il senso critico in un mare di romanticherie, impossibilitati a capire che la Nobile Arte oggi non è quella dei video in bianco e nero e dei pantaloncini del Totip di Minchillo.
Eppure il video dell'evento è lì su Netflix a dimostrarlo, a imperitura memoria. Mike è finito: dopo due round era già con le gambe cotte (fra l'altro ha combattuto con un tutore al ginocchio) e se qualche ombra dei ganci dell'epoca si è vista nel primo round, già al terzo Paul ha dovuto trattenere i colpi per evitare un'offesa al suo grande eroe di gioventù. E non è certo colpa dei guantoni da 14 once (che indubbiamente dopo un po' pesano) se il fiato era finito al terzo round.
Piange il cuore a vedere un cinquantottenne che deve dimostrare (unicamente a lui stesso, dice) di essere ancora... cosa? In grado di combattere? No, non lo è: se fosse stato un match dove, accordi sottobanco o meno, si fosse cercato realmente il KO, avremmo visto per l'ennesima volta "The baddest man on earth" al tappeto, presumibilmente alla seconda ripresa. Se Paul avesse combattuto sul serio, con la guardia alta e affondando i colpi, il match non sarebbe arrivato alla distanza.

Ma coi "se" non si fa la storia: i complottisti ci saranno sempre (ed hanno ragione di esistere, in questo caso) e non c'è più sordo di chi non vuol sentire. Qualcuno continuerà a sostenere che "Mike è stato trattenuto" (quando casomai è vero esattamente il contrario), che "si sono messi d'accordo per non farsi male" (molto probabile), che "era solo una sceneggiata" (sbagliato: era ANCHE una sceneggiata, ma Tyson più di così non poteva dare, e si è visto). D'altra parte, si sa: chi ha fede non vuol sentir ragione. Inutile quindi dilungarsi sul "se fosse" e concentriamoci sui dati di fatto.
Ripetiamo insieme: Mike Tyson come lo si è visto nel suo "prime" non esiste più. Fine. Qualcuno si è svegliato dal sogno? Probabilmente no, quindi confidiamo solo nella mannaia del tempo, che farà macerie delle convinzioni consolidate e staccherà il filo che conduce ad un ricordo flebile di ormai qualche decennio fa. Cosa ne rimarrà poi? Non è dato sapere: ognuno vorrà dare la sua interpretazione, ma di sicuro resterà indelebile la storia di una meteora nel mondo del pugilato, che ha avuto il potenziale di scrivere pagine e pagine nel libro della Nobile Arte ma che è rimasto invischiato nelle reti del turbocapitalismo consumista degli anni '90 (qualcuno ha detto Don King?) e anche oggi pare non se ne sia smarcato, nonostante abbia ripulito la sua immagine e il corpo dagli eccessi che l'hanno fatto scendere prematuramente dal ring.
Di Tyson rimarrà, a prescindere da tutto, il marchio di un'epoca e di un modo di boxare, al netto dei titoli vinti e nonostante pre match abbia blastato una ragazzina che lo intervistava con risposte caustiche e fuori luogo ("Chissenefrega di cosa rimarrà di me" ed altre gentilezze). È grazie a lui che molti hanno iniziato a praticare pugilato ed il suo nome in cartellone è ancora capace di mandare in tilt i server di uno dei servizi di streaming più grandi del pianeta. Di Jake Paul non è dato sapere e non sappiamo nemmeno se vogliamo interrogarci sulla faccenda.

La domanda che invece molti dovrebbero farsi è: cui prodest? In tanti dicono che Mike Tyson stia cercando di risollevarsi dalla bancarotta, ma anche lì le tempistiche non tornano: Mike ha attualmente un patrimonio stimato di 10 milioni di dollari e si è risollevato da tempo dal suo periodo nero. Pare che viva una vita relativamente morigerata (la storia della vasca da bagno in oro da 2 milioni di dollari è roba vecchia) ed il suo business della cannabis, oltre che le sue apparizioni su trasmissioni televisive e podcast, gli fruttano bene.
Nulla di paragonabile ai tempi che furono, ma non si può parlare nemmeno di match accettato per far fronte ai debiti (posto che nessuno sa quale sia la sua reale condizione economica se non pochi intimi, ovviamente). Certo è che i 10 (presunti) milioni di dollari che gli sono arrivati in tasca sicuramente gli hanno fatto comodo, come hanno fatto comodo a Jake i suoi 40 (sempre presunti, poiché non si conoscono le cifre esatte di royalties e PPV).
Jake Paul, chiaramente, è il grande vincitore, verdetto a parte: ha dimostrato che con i soldi si ottiene tutto, anche il salire sul ring contro il proprio beniamino d'infanzia in mondovisione, inciampando solo sullo streaming (non per causa sua, s'intende). Tutto si compra, anche i sogni, in questo mondo folle dove chi non sa boxare riempie i palazzetti e chi sa boxare fa la fame.
E poi c'è l'indotto: tutto il rumore di fondo dei fan, gli articoli sui blog (dei quali siamo colpevolmente complici), le interviste, i video, i flame sui social, il merchandise, l'advertising... un mare di soldi che nasce da un evento sportivamente insulso e mediaticamente perfetto come questo.
Se c'è una cosa che possiamo, quindi, portare a casa dal match tra Mike Tyson e Jake Paul è che nessuno è immune ai trucchi di magia di un buon piano di marketing e chi manipola le masse cade sempre in piedi. Gli altri, dormendo, continuano a sognare.